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Nostra storia

LA STORIA

Stemma

Il territorio attualmente di Barra era stabilmente abitato già dal tempo della Nea-polis fondata dai Greci intorno al 470 a.C. ed entrata poi a far parte dei domìni di Roma nel 326 a.C.

sembra che il processo di popolamento stabile delle campagne circostanti la città, e dunque anche dell’attuale territorio di Barra, possa farsi risalire agli anni intorno al 400 a.C.,

L’addensamento nella nostra zona di gruppi consistenti di schiavi, per le esigenze del lusso dei loro padroni, rende ragione del rapido accorrere di grandi masse di diseredati sotto la bandiera di Spàrtaco, quando questi, nel 73 a.C., levò il grido della più famosa ed eroica rivolta contro la schiavitù del mondo antico, a partire dalla celebre battaglia combattuta sul Vesuvio.

La fine di quel mondo lasciarono al Ducato napoletano del tutto autonomo.

Nelle carte del periodo ducale, troviamo menzionato il Territorium plagiense

Il Territorium plagiense era dunque, in pratica, il lembo di terra, ad oriente della città, posto fra il fiume, il Vesuvio ed il mare

Questo territorio, già sconvolto dalla eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e poi dalle vicende belliche, venne in pratica quasi del tutto abbandonato dopo il 500, restando preda delle paludi e delle cosiddette “lave dell’acqua”, ossia dei torrenti di acqua piovana che scendevano precipitosamente dalle alture circostanti, scavando nel terreno quelle famose “cupe” i cui tracciati, pur dopo secolari peripezie, sono in parte visibili fino ad oggi.

Fu solo quando il Ducato napoletano, divenuto autonomo nel 840, poté garantire un minimo di sicurezza da banditi e pirati nonché di stabilità sociale, che quelle terre poterono nuovamente cominciare ad essere coltivate, strappandole gradualmente alle paludi: poveri ma tenacissimi “servi della gleba” bonificarono i terreni feudali appartenenti alle grandi famiglie nobili della città o ai grandi complessi monastici che pure in città avevano la loro sede principale.

Già prima dell’anno 1000, troviamo perciò documentati i tre piccoli nuclei abitati di Sirinum, Casabalera e Tresano, che sono come le tre radici dalle quali si svilupperà l’albero del Casale della Barra.

E’ pure ben documentato che:

·         in Sirinum (che aveva come stemma una Sirena uni-càuda con corona ducale) vi era una chiesetta (l’attuale Arciconfraternita della SS.Annunziata) dedicata a S.Atanasio (832-872), vescovo di Napoli dal 849 al 872;

·         nel Tresano vi erano anche insediamenti ebraici;

·         in Casabalera si trovava un pozzo, che in seguito darà il nome alla contrada (S.Maria del Pozzo).

Il periodo del regno Normanno (1140–1194) portò sviluppi positivi: i Normanni introdussero nelle nostre campagne le tecniche di orti-coltura che essi avevano appreso dagli Arabi in Sicilia; promossero studi pratici (come quello della geografia) che contribuirono grandemente a migliorare l’agricoltura ed introdussero su larga scala l’arte della seta che andò ad affiancarsi alla già tradizionale lavorazione del lino come possibilità di lavoro per le popolazioni

Fu tuttavia il periodo Svevo  ad introdurre mutamenti radicali per le nostre popolazioni, anche dal punto di vista sociale: la svolta epocale, operata da Federico II di Svevia, fu l’acquisizione al demànio règio di tutte le terre circostanti la città

Per i contadini, ciò significò:

·         una maggiore sicurezza sociale;

·         un grande sollievo economico (non dovevano più versare a baroni e monasteri la loro parte del raccolto, ma solo versare una “collecta”, periodica e non molto gravosa, all’imperatore);

·         la possibilità di fruire largamente degli “usi civici” (L’ uso civico era il diritto di tutti gli abitanti di un comune di usufruire a proprio vantaggio delle ricchezze naturali della terra demaniale. Esso comprendeva, in particolare, il diritto di: pascolare, arare e seminare (ma senza recintare la terra), raccogliere la legna, cavare pietre di calce e di costruzione, cavare sabbia, raccogliere erba, attingere liberamente a sorgenti e corsi d’acqua, pernottare, fare alveari e frascare, anche nei vigneti, dopo la vendemmia).

Grazie a queste circostanze favorevoli, si verificò in quel periodo, nel nostro territorio, la nascita dei Casali

E’ in questo contesto che nasce il Casale della Barra de’ Coczis: uno dei territori venduti (non infeudato, in questo caso, trattandosi di una famiglia non nobile, ma borghese) dal re Carlo I d’Angiò fu una parte dell’antico territorio demaniale del Tresàno, ceduto alla famiglia napoletana de’ Coczis “per gran denari imprestati alla règia corte”, presumibilmente nell’anno 1275.

Periodo migliore per le popolazioni fu senz’altro quello Aragonese (1443-1501).

Gli Aragonesi continuarono sistematicamente l’opera di prosciugamento delle paludi, già accennata dagli Angioini; sistemarono razionalmente come “orti” tutti i terreni della valle del Sebéto, con un sistema capillare di canalizzazione delle acque, che faceva perno sul famoso “Fosso reale”, realizzato da Ferrante I d’Aragona nel 1485; svilupparono le arti della lana e della seta.

Inoltre, riportarono tutti i Casali più vicini alla città nel demànio règio, esentandoli per di più dal pagamento del “focàtico” (che era la tassa di famiglia) e delle imposte di consumo, e dando facoltà di vendere liberamente i prodotti della terra.

Queste agevolazioni avevano lo scopo di evitare l’abbandono dei campi e l’immigrazione all’interno della cinta urbana, nonché di garantire il regolare afflusso di prodotti alimentari alla città stessa (un po’ come al tempo di Federico II di Svevia…).

Grazie alla politica aragonese, i Casali crebbero notevolmente e si ebbe così, intorno al 1490, l’unificazione di Sirinum e della Barra de’ Coczis nell’unico Casale detto “Barra (o Varra) di Serino”, che assunse come stemma la Sirena (divenuta però bi-càuda, a significare l’unione dei due Casali in uno) ed ebbe come chiesa l’antica Estaurìta di S.Atanasio, restaurata ed ampliata per l’occasione.

Intorno al 1570, anche Casavaleria si unì alla Barra di Serino, così che alla fine del Cinquecento questa contava ormai circa 1000 abitanti

Nei due secoli del vice-regno spagnolo (Cinquecento e Seicento), si ebbe un’ulteriore consistente crescita della popolazione del Casale, dovuta alle condizioni di vita, complessivamente migliori di quelle delle altre “campagne” del regno (i “padulàni” erano contadini, per l’epoca, abbastanza agiati).

Il Cinquecento, per il Casale, fu caratterizzato soprattutto dagli effetti della applicazione del Concilio di Trento.

Arrivarono i Francescani (con il convento e la chiesa di S.Maria delle Grazie, detta però “di S.Antonio”, 1585) e i Domenicani (con il convento e la chiesa di S.Maria della Sanità, detta “di S.Domenico”, 1584), mentre non ebbe fortuna un tentativo di insediamento dei Benedettini cassinesi, che dovettero vendere tutto e andare via (nel 1625), “per liberarsi dai ladri che spesso molestavano i monaci”.

Furono soppresse le antiche Estaurìte di S.Atanasio e di S.Maria del Pozzo in Casavaleria, con le relative autonomie laicali e, nel 1610, cominciò a costruirsi la prima, vera e propria, “parrocchia” di tipo “Tridentino”: la parrocchia della SS.Annunziata (“Ave Gratia Plena”) detta anche “di S.Anna”.

Il primo parroco, la cui nomina non fu concordata con gli Estauritari ma decisa dal solo vescovo, con Bolla di conferma spedita direttamente da Roma, fu D.Giovanni Antonio Serrubbo (1614-1627);

Nel corso del Seicento, su questo tessuto sociale prevalentemente contadino, innervato solo da insediamenti religiosi, cominciarono ad innestarsi anche, in modo stabile, nuclei dell’aristocrazia e della grande borghesia arricchitasi con il commercio e la speculazione.

Il mercante-mecenate fiammingo Gaspare Roomer (che “visse sposo della buona sorte e riposò in grembo alla felicità ottanta e più anni”) fece edificare in Barra la sua magnifica villa di rappresentanza, che nel Settecento verrà poi acquisita dai prìncipi Sanseverino di Bisignano

Nel 1617 venne terminata, vicino alla chiesa di S.Maria del Pozzo, la villa Amalia, e nel 1678 Domenico Mastellone fece edificare la sua omonima villa-masseria, con la cappella dedicata (nel 1699) a S.Rosa.

La memorabile eruzione del Vesuvio nel 1631 produsse danni grandi, ma non irreparabili, per un popolo abituato a combattere con la natura; e gli appartenenti a quello stesso popolo, solo sei anni dopo (nel 1637, dieci anni prima della rivolta di Masaniello!), seppero anche combattere una lucida e ferma battaglia sociale, per mantenere la propria dignitosa condizione di “uomini in demànio règio”, contro la decisione del viceré Manuel de Zuniga y Fonseca conte di Monterey (1631-1637) di “venderli” a privati.

La terribile peste del 1656 portò via, invece, quasi la metà della popolazione di Barra, fra cui il parroco Vincenzo Imperato (1654-1656), che seppe accompagnare e confortare il suo popolo nella tragedia, come vero pastore del gregge, fino a morire lui stesso nell’epidemia.

La più importante memoria storica, esistente in Barra, relativa alla grande peste del 1656, è la chiesa di S.Maria di Costantinopoli allo “Scassone”, edificata dagli abitanti del luogo nel 1658 (là dove già vi era una piccola cappelletta cinquecentesca dedicata alla Madonna delle Grazie), in ringraziamento alla Vergine per la fine dell’epidemia, ed intitolata con lo stesso nome dell’altra e maggior chiesa, esistente in Napoli, dedicata appunto MATRI DEI OB URBEM AC REGNUM A PESTE SERVATUM.

Giovanni Emanuele Fernàndez Pacheco marchese di Villena (1702-1707), lasciò la città il 7 luglio 1707 e si arrese agli austriaci nella fortezza di Gaeta il 30 settembre. Dal 1707 al 1734, la città e il regno furono quindi governati non più da vicerè spagnoli bensì da vicerè austriaci

In quegli anni, Barra fu però illuminata dalla presenza di una delle non poche personalità di rilievo europeo che Napoli poteva allora vantare: Francesco Solimèna (detto “l’abate Ciccio”; nato a Canale di Serino-Avellino il 4 ottobre 1657 e morto in Barra il 5 aprile del 1747), artista già affermato e di cospicue disponibiltà economiche, scelse il Casale della Barra per edificarvi una sua solitaria dimora, immersa nel verde dei pini, che egli stesso disegnò.

A Barra, il Solimena lasciò il celebre quadro della “Madonna delle Grazie con anime purganti”, donato alla parrocchia nel 1697, il disegno della facciata della chiesa di S.Maria della Sanità (detta “di S.Domenico”) e, ultima opera della sua vita, la bella tela della “Madonna di Caravaggio” nella omonima cappella gentilizia dei duchi di Monteleone.

Purtroppo, di tali làsciti, Francesco Solimena è stato ripagato con la completa distruzione della sua celebre villa, operata in parte dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, ma molto di più dalla incuria, ignorante o colpevole, degli uomini.

Barra raggiunse in quest’epoca la sua classica configurazione di “Casale règio”, quale la vediamo disegnata nella carta topografica di Giovanni Carafa duca di Noja (1775), con la sua bella conformazione “a nastro”, circondata da fiorenti campagne e impreziosita da magnifiche ville.

Le ville pre-esistenti vennero rinnovate o completate (villa Spinelli, villa Pignatelli di Monteleone, la villa Roomer passata ai Sanseverino di Bisignano nel 1765, le ville seicentesche, etc.), ed altre nuove ne sorsero, quali villa S.Nicandro (poi villa Giulia), villa Salvetti, villa De Cristofaro…

Per Barra, questo periodo si chiude, emblematicamente, con la realizzazione della popolarissima statua lignea di S.Anna con la Vergine (1790), ad opera di Giuseppe Picano

il Casale nel suo complesso tenne costantemente per la parte borbonica: dall’inizio (1799), quando i Barresi combatterono contro l’esercito della Repubblica e a favore del card. Ruffo, fino alla fine (1860) quando la popolazione si rifiutò di partecipare al plebiscito che doveva sancire l’annessione del Regno delle due Sicilie al nuovo Regno d’Italia.

Conclusasi tragicamente l’esperienza del 1799, fu il periodo del decennio napoleonico (1806-1815) quello che portò le novità più avvertite (e non sempre in positivo) dal popolo.

la terra divenne una semplice merce, soggetta alla libera compra-vendita (da parte dei ricchi, naturalmente); le terre demaniali, sui quali i contadini esercitavano gli antichissimi “usi civici”, vennero frazionate e vendute ai privati (quelli che potevano pagare, naturalmente), perdendosi così l’uso civico di esse; analogamente, vennero messe in vendita le terre ecclesiastiche e soppressi numerosi conventi; venne introdotta la leva militare obbligatoria, l’anagrafe civile e nuove forme di tassazione, che gravavano su contadini, artigiani e piccoli commercianti.

furono insediate le “monache francesi”, ovvero le Suore della Carità di S.Giovanna Antida Thouret (che vi rimasero fino alla seconda metà del Novecento); venne istituita la prima Sede municipale, in un palazzetto dell’attuale Corso Sirena, sopra il cui arco di ingresso venne posta la lapide, tuttora visibile, raffigurante l’antico stemma del Casale (la Sirena bi-càuda) con il motto UNIVERSITAS

Con la (seconda) restaurazione borbonica nel 1816 nacque ufficialmente il Comune della Barra, del quale, nel 1822, S.Anna venne proclamata ufficialmente celeste patrona.

Della micidiale epidemia di colera del 1836-37

rimane tuttora memoria nel Camposanto dei colerosi alla Cupa S.Aniello, apprestato in quella circostanza dai cinque Comuni vicini di Barra, S.Giovanni, S.Giorgio, Portici e Resina, e versante oggi in uno stato di vergognoso e deplorevole abbandono

Dopo l’unità d’Italia (1860), Barra rimase Comune autonomo, amministrato però dalla nuova classe dirigente borghese, di formazione liberale e fedele alla Casa Savoia.

L’epidemia di colera del 1884, con il successivo “Risanamento”, fornì l’occasione per realizzare i due attuali Corsi principali: Corso Bruno Buozzi e Corso IV Novembre, che si chiamavano allora rispettivamente Corso Vittorio Emanuele III e Corso Conte Spinelli, modificando così radicalmente l’assetto urbanistico del Comune della Barra.

Ma incombevano ormai le scelte cruciali per il territorio, che dovevano poi condizionarlo (nel bene e nel male) per tutto il Novecento:

  • la giolittiana Legge speciale per Napoli del 1904, che istituiva la zona industriale;
  • l’aggregazione del Comune della Barra al Comune di Napoli, operata nel periodo fascista con il Règio decreto del 15 novembre 1925;
  • l’installazione sul nostro territorio della “raffineria”.

Quest’ultima scelta strategica, in particolare, operata dal fascismo negli anni Trenta e particolarmente dissennata, di insediare nel cuore della valle del Sebéto e sul corso stesso del fiume, un mostruoso impianto di deposito e di raffinazione del petrolio, micidiale per gli uomini e per la natura, fu mantenuta, ed anzi estesa a nuovi impianti pericolosi ed inquinanti, dai successivi nuovi padroni statunitensi

Si veniva così ad infliggere un duro colpo all’assetto produttivo, di agricoltura e di piccola industria ad essa legata, che identificava il territorio

Questo, unito alla proliferante installazione, nel secondo dopoguerra, di grandi rioni-dormitorio senza qualità (dei quali, uno costruito addirittura sull’antico “Orto botanico del principe di Bisignano alla Barra”), ha determinato l’attuale assetto di Barra come quartiere periferico, destinato a “contenitore” dell’emarginazione del sottoproletariato urbano.

Riassunto tratto dal sitoweb “http://www.mgmedit.com/Barra/index.htm“, con queste poche righe si intende rendere omaggio all’ autore del testo Angelo Renzi che con parole chiare e semplici ha saputo raccontare la secolare storia del nostro quartiere rendendogli il giusto onore che gli spetta.

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